Il manifesto politico di Carlo
Calenda
Un’alleanza
repubblicana oltre gli attuali partiti. Cinque idee per cominciare
di
Carlo Calenda
Intervista
pubblicata su “Il Foglio.it”
27
Giugno 2018 alle 06:22Un’altra Italia è possibile
Carlo Calenda, 45 anni, è stato
ministro dello Sviluppo economico dal maggio del 2016 al giugno 2018 (LaPresse)
Caro
direttore.
Dall’89
in poi i partiti progressisti hanno sposato una visione semplificata e
ideologica della storia. L’idea che l’avvento di un mondo piatto, specchio
dell’Occidente, fondato su: mercati aperti, multiculturalismo,
secolarizzazione, multilateralismo, abbandono dello stato nazionale, generale
aumento della prosperità e mobilità sociale, fosse una naturale conseguenza
della caduta del comunismo si è rivelata sbagliata. Oggi l’Occidente è a pezzi,
le nostre società sono divise in modo netto tra vincitori e vinti, la classe
media si è impoverita, la distribuzione della ricchezza ha raggiunto il livello
degli anni Venti, l’analfabetismo funzionale aumenta insieme a fenomeni di
esclusione sociale sempre più radicali. La democrazia liberale è entrata in
crisi in tutto il mondo e forme di democrazia limitata o populista si vanno
affermando anche in Occidente. La Storia è prepotentemente tornata sulla scena
del mondo occidentale. Viceversa la globalizzazione ha portato benessere in
Asia e in molti paesi emergenti, dove aumentano i divari sociali e culturali,
ma in un contesto di crescita generale. Anche all’interno delle società
Occidentali la competizione e i mercati aperti hanno portato allo sviluppo di
eccellenze produttive e tecnologiche che sono però ancora troppo poche per
generare benessere diffuso.
Occorre
chiarire una volta per tutte che ogni riferimento all’uscita dell’Italia
dall’euro ci avvicina al default. Il debito e gli investitori
L’Unione
Europea è figlia di una fase “dell’Occidente trionfante” da cui ha assunto un
modello di governance politica debole, lenta e intergovernativa. L’Eurozona al
contrario ha definito una governance finanziaria rigida ispirata da una
profonda mancanza di fiducia tra “Sud e Nord”, incapace di favorire la
convergenza, gestire gli shock senza scaricarli sui ceti deboli e promuovere la
crescita e l’inclusione. Tutte queste pecche sono frutto di scelte degli Stati
membri e non della Commissione Europea o dell’Europa in quanto tale.
La
crisi dell’Occidente ha portato alla crisi delle classi dirigenti progressiste
che hanno presentato fenomeni complessi, globalizzazione e innovazione
tecnologica prima di tutto, come univocamente positivi, inevitabili e
ingovernabili allontanando così i cittadini dalla partecipazione politica. Allo
stesso modo l’idealizzazione del futuro come luogo in cui grazie alla meccanica
del mercato e dell’innovazione il mondo risolverà ogni contraddizione, ha
ridotto la narrazione progressista a pura politica motivazionale. Il risultato
è stato l’esclusione del diritto alla paura dei cittadini e l’abbandono di ogni
rappresentanza di chi quella paura la prova. I progressisti sono
inevitabilmente diventati i rappresentanti di chi vive il presente con
soddisfazione e vede il futuro come un’opportunità.
I
prossimi 15 anni saranno probabilmente tra i più difficili che ci troveremo ad
affrontare da un secolo a questa parte, in particolare per i paesi occidentali.
La
sfida si giocherà da oggi al 2030. In questa decade le forze del mercato, della
demografia e dell’innovazione porteranno a una drammatica collisione a meno di
non correggerne e governarne la traiettoria. L’invecchiamento della popolazione
porterà il tasso di dipendenza tra popolazione in età lavorativa e popolazione
in età pensionistica vicino al rapporto di 1 a 1. Ciò avrà due conseguenze
rilevanti: l’insostenibilità dei sistemi pensionistici e la diminuzione
strutturale del tasso di crescita delle economie. Negli ultimi 65 anni infatti
un terzo della crescita è derivata dall’aumento della forza lavoro. L’effetto
potenzialmente positivo su stipendi e occupazione della riduzione di forza
lavoro (meno persone dunque più domanda e meno offerta) sarà controbilanciata,
dall’automazione. Ad un aumento della produttività derivante dall’innovazione
tecnologica vicino al 30 per cento entro il 2030, corrisponderà la scomparsa
del 20-25 per cento dei lavori che esistono oggi. L’aumento della produttività
e la diminuzione dei posti di lavoro non si distribuiranno in modo omogeneo nei
diversi settori. Le nuove professioni che si svilupperanno con l’innovazione
saranno in grado di coprire i posti di lavoro perduti solo se politiche
pubbliche adeguate verranno messe immediatamente in campo.
Se
ciò non accadrà aumenteranno le diseguaglianze tra categorie di lavoratori e lo
squilibrio tra salari e profitti.
Il
cambio di paradigma economico avverrà ad una velocità mai sperimentata nella
Storia. Le nostre democrazie, colpite da una gestione superficiale della
globalizzazione, non possono sopravvivere a un secondo shock di dimensione
molto superiori. Lo scenario che abbiamo sopra descritto richiederà un impegno
diretto dello Stato in una dimensione mai sino ad ora sperimentata.
Sostenere
la conclusione di accordi di libero scambio per aprire nuovi mercati al nostro
export. Posizione intransigente sul dumping
L’Italia
anello fragile, finanziariamente e come collocazione geografica, di un
occidente fragilissimo, è la prima grande democrazia occidentale a cadere sotto
un Governo che è un incrocio tra sovranismo e fuga dalla realtà. Occorre
riorganizzare il campo dei progressisti per far fronte a questa minaccia
mortale. Per farlo è necessario definire un manifesto di valori e di proposte e
rafforzare la rappresentanza di parti della società che non possono essere
riassunti in una singola base di classe. Un’alleanza repubblicana che vada
oltre gli attuali partiti e aggreghi i mondi della rappresentanza economica,
sociale, della cultura, del terzo settore, delle professioni, dell’impegno
civile. Abbiamo bisogno di offrire uno strumento di mobilitazione ai cittadini
che non sia solo una somma di partiti malandati e che abbia un programma che
non si esaurisca, nel pur fondamentale obiettivo di salvare la Repubblica dal
“sovranismo anarcoide” di Lega e M5s.
Le priorità di questo programma
sono:
Tenere
in sicurezza l’Italia. Sotto il profilo economico e finanziario: occorre
chiarire una volta per tutte che ogni riferimento all’uscita dell’Italia
dall’euro ci avvicina al default. Deficit e debito vanno tenuti sotto
controllo, non perché ce lo chiede l’Europa ma perché è indispensabile per
trovare compratori per il nostro debito pubblico. Sotto il profilo della
gestione dei flussi migratori proseguire il “piano Minniti” per fermare gli
sbarchi. Accelerare il lavoro sugli accordi di riammissione e gestione dei
migranti nei paesi di transito e origine secondo lo schema del “Migration
Compact” proposto dall’Italia alla UE. Creare canali di ingresso regolari e
selettivi. Occorre infine ribadire con forza la nostra appartenenza
all’Occidente, all’alleanza atlantica e al gruppo dei paesi fondatori dell’Ue,
come garanzia di stabilità, sicurezza e progresso.
Proteggere
gli sconfitti. Rafforzando gli strumenti come il reddito di inclusione, nuovi
ammortizzatori sociali, le politiche attive e l’apparato di gestione delle
crisi aziendali in particolare quanto causate dalla concorrenza sleale di paesi
che usano fondi europei e i vantaggi derivanti da un diverso grado di sviluppo
per sottrarci posti di lavoro. Approvare il salario minimo per chi non è
protetto da contratti nazionali o aziendali. Allargare ad altri settori fragili
il modello del protocollo sui call-center per responsabilizzare le aziende e
impegnarle su salari e il no a delocalizzazioni.
Ribadire
la nostra appartenenza all’occidente, all’alleanza atlantica e all’Unione
europea, come garanzia di stabilità, sicurezza e progresso
Investire
nelle trasformazioni, per allargare la base dei vincenti, su infrastrutture
materiali e immateriali (università, scuola e ricerca). Finanziare un piano di
formazione continua per accompagnare la rivoluzione digitale. Proseguire il
piano impresa 4.0 e portare a 100.000 i diplomati degli Istituti Tecnici
Superiori. Implementare la Strategia Energetica Nazionale e velocizzare i 150
miliardi di euro previsti per raggiungere i target ambientali di CoP21.
Aumentare la dotazione dei contratti di sviluppo e del fondo centrale di
Garanzia per ricostituire al Sud la base industriale che serve per rilanciarlo.
Rivedere il codice degli appalti per velocizzare le procedure di gara.
Mantenere l’impegno sulla legge annuale per la concorrenza. Prevedere un meccanismo
automatico di destinazione dei proventi della lotta all’evasione fiscale alla
diminuzione delle tasse, partendo da quelle sul lavoro.
Promuovere
l’interesse nazionale in UE e nel mondo. Riconoscendo che non esistono le
condizioni storiche oggi per superare l’idea di nazione. Al contrario abbiamo
bisogno di un forte senso della patria per stare nel mondo e in UE.
Partecipando al processo di costruzione di una Unione sempre più forte, in
particolare nella dimensione esterna (migrazioni, difesa, commercio), tra il
nucleo dei membri storici ma ribadendo la contrarietà all’inserimento del
fiscal compact nei trattati europei e all’irrigidimento delle regole sulle
banche. Promuovere la rimozione dei limiti temporali sulla flessibilità legata
a riforme e investimenti approvata sotto la Presidenza italiana della UE.
Sostenere la conclusione di accordi di libero scambio per aprire nuovi mercati
al nostro export, ma mantenere una posizione intransigente sul dumping
rafforzando clausole sociali e ambientali nei trattati.
Conoscere.
Piano shock contro analfabetismo funzionale. Partendo dalla definizione di aree
di crisi sociale complessa dove un’intera generazione rischia l’esclusione
sociale. Estensione del tempo pieno a tutte le scuole. Programmi di avvio alla
lettura, lingue, educazione civica, sport per bambini e ragazzi. Utilizzo del
patrimonio culturale per introdurre i bambini e i ragazzi all’idea, non solo
estetica, di bellezza e cultura. E’ nostra ferma convinzione che una liberal
democrazia non può convivere con l’attuale livello di cultura e conoscenza.
L’idea di libertà come progetto collettivo deve essere posta nuovamente al
centro del progetto di rifondazione dei progressisti.
Rivedere
il codice degli appalti per velocizzare le procedure di gara. Mantenere
l’impegno sulla legge annuale per la concorrenza
Il
crocevia della Storia che stiamo vivendo alimenta paure che non sono
irrazionali o sintomo di ignoranza. Abbiamo davanti domande epocali a cui
nessuno può pensare di dare risposte semplicistiche. La tecnologia rimarrà uno
strumento dell’uomo o farà dell’uomo un suo strumento? lo spostamento di potere
verso oriente, conseguente alla globalizzazione innescherà una guerra o
avverrà, per la prima volta nella Storia, pacificamente? Le nostre società sono
destinate a una stagnazione secolare?
Occorre
affermare con forza che la paura ha diritto di cittadinanza. E rifondare su
questo principio l’idea che compito della politica è rappresentare, anche e
soprattutto, le attuali insicurezze dei cittadini. La competenza non può
sostituire la rappresentanza come l’inesperienza non può essere confusa con la
purezza. Questo vuol dire prendersi cura del presente e gestire le transizioni
piuttosto che idealizzare il futuro, esorcizzare le paure e affidarsi alla
teoria economica e alla meccanica del mercato e dell’innovazione tecnologica,
come processi naturali che rendono ogni azione di Governo inutile e ogni
processo dirompente inevitabile.
Per
fare tutto ciò occorre tornare ad avere uno Stato forte, ma non invasivo che
garantisca in primo luogo ai cittadini gli strumenti per comprendere i processi
di cambiamento e per trovare la propria strada NEI processi di cambiamento, ma
che non butti i soldi pubblici per nazionalizzare Alitalia o Ilva. Stato forte
vuol dire burocrazia efficiente e dunque una rivoluzione nel modo di concepire,
regolare e retribuire la pubblica amministrazione. L’Italia ha bisogno poi di
un’architettura istituzionale che coniughi maggiore autonomia alle regioni con
una clausola di supremazia dell’interesse nazionale che consenta di superare i
veti locali. Esiste un altro nemico da battere ed è il cinismo e l’apatia che
di una larga parte della classe dirigente italiana. Dai media alla politica,
dalle associazioni di rappresentanza agli intellettuali l’idea che ogni
passione civile sia spenta e che si possa contemplare “Roma che brucia” con la
“lira in mano” godendosi lo spettacolo, è diventata una posa tanto diffusa
quanto insopportabile. La battaglia che abbiamo di fronte si vince anche
sconfiggendo il cinismo dei sostenitori di un “paese fai da te”.
Si
può fare: L’Italia è più forte di chi la vuole debole!

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