Non voglio certo nasconderlo: quando i dati sull'esito elettorale sono stati assai definitivi da consentire valutazioni attendibili, ho provato una certa
delusione nel dover prendere
atto del risultato di Azione-Italia Viva-Calenda. Forse - al pari di tanti
altri amici - mi ero illuso sulla possibilità di raggiungere un risultato a due
cifre.
Forse si è un po' peccato di
ottimismo. Forse, sulle ali di una certa euforia, si sono un po' esagerate le
valutazioni sui blocchi sociali che potevano sentirsi rappresentati da questa
proposta politica.
Va comunque sottolineato che
il risultato appare del tutto in linea con le indicazioni dei sondaggi più
professionali ed attendibili. Naturalmente non c'è niente di strano a nutrire
aspirazioni superiori.
La valutazione, tuttavia,
richiede un'analisi di prospettiva più ampia ed articolata.
Infatti, se il risultato di
Azione-Italia Viva dovesse essere considerato solo quale punto di arrivo, il
bottino dovrebbe indubbiamente essere considerato magro.
La destra ha vinto come
previsto, con ampi margini numerici sia alla Camera che al Senato.
Naturalmente non sottovaluto
le contraddizioni di questa
maggioranza, più numerica che
politica, che negli anni potrà essere scossa da fattori di instabilità anche
dirompenti, con conseguenze di possibili forti
cambiamenti del quadro
politico.
Ma questo è un altro discorso, al momento prematuro; la destra avvierà la sua stagione di governo, e vedremo come si muoverà, con la speranza che voglia temperare lo sfascismo su cui ha fondato la propria campagna elettorale.
Ma sapendo guardare "il
bicchiere mezzo pieno" il discorso è totalmente diverso se il risultato
del quasi 8% si considera come un punto di partenza di un nuovo
percorso-progetto politico.
Una prospettiva che si è
materializzata meno di due mesi prima delle elezioni, e a cui si è approdati
obiettivamente in modo a dir poco discutibile.
E, ciò nonostante, soprattutto nelle zone più produttive ed operose del Paese, è stato capito ed ha ottenuto consensi di tutto rispetto.
L'impresa non era né facile
né scontata.
In un Paese in cui molti,
troppi direi, sono alla ricerca di privilegi, sussidi o prebende invece del
buon governo, non era certo facile proporre l'unico programma elettorale che
non prometteva "ricchi premi e cotillon".
E quali sono le aspirazioni della società italiana si rispecchia benissimo in questo voto, esaminandolo nei dati disaggregati per consensi a partiti e coalizioni come si sono spalmati sui territori.
Come "blocchi di
partenza" di un nuovo progetto politico, peraltro chiaramente promesso al
corpo elettorale dai due principali suoi rappresentanti, il risultato è di
tutto rispetto; è un tesoretto elettorale che impone senso di responsabilità,
capacità di guardare in avanti e spirito di servizio.
Chi ha fatto un po' di
campagna elettorale fra la gente, sa benissimo che il consenso a questa
proposta è stato dato prevalentemente sul presupposto che potesse costituire il
primo propellente di un progetto di ispirazione liberal-riformista di cui ampi
strati della società italiana, ed in specie i ceti
più vivi e produttivi,
avvertono la necessità, per sottrarsi alla logica di questo bipopulismo
imperante.
Ed ancora, coloro che hanno
fatto un po' di campagna elettorale sanno benissimo quanto fosse pressante la
domanda "ma Calenda e Renzi cosa faranno dopo le elezioni"?
Un dubbio legittimo, visti i precedenti, che ha costituito un freno ad un più ampio consenso elettorale alla proposta.
Ora sta principalmente a
Calenda e Renzi (anche se non solo a loro come sotto dirò), intraprendere la
strada giusta per trasformare un cartello elettorale in un nuovo e ben
identificabile soggetto politico.
Una strada che dovranno
indicare con chiarezza e senza perdite di tempo: "il ferro va battuto
quando è caldo".
Un processo che dovrà partire dalla spersonalizzazione del progetto, quindi che non dovrà essere di Calenda o di Renzi, ma che dovrà, proprio a partire dal nome, indicare i suoi ancoraggi politico-culturali: quelli della grande tradizione politica del liberalismo riformista.
E qui introduco un ulteriore
dato di riflessione.
Si parla continuamente di
Renzi e/o Calenda, ed è naturale in una fase in cui il panorama politico
italiano,
ed in verità non solo quello,
è popolato più che da partiti strutturati, da clan personali.
Ma è proprio da questo
contesto che occorre prendere le distanze.
Occorre che, anche prescindendo dalle mosse che gli attuali leader faranno, coloro che credono nella necessità per l'Italia di una forza capace di opporsi al bipopulismo destro e sinistro, facciano sentire la loro voce e, ancor più necessario, sappiano mettere in campo azioni concrete per costruire un vero partito strutturato, in cui si recuperino i normali percorsi di selezione della classe dirigente, nonché quelli della normale legittimazione dei suoi rappresentanti nelle istituzioni.
Ho letto in questi giorni un
contributo di Francesco Colucci che auspica una "costituente" per il
lancio del partito riformista" indicando nella prossima Leopolda la prima
tappa.
Un percorso Costituente -
dice Colucci - "che inizi subito ma sia lungo e articolato per chiamare
alla riflessione e alla raccolta tutte le forze vive della società civile, i
giovani, il mondo del lavoro e della cultura, disponibili ad impegnarsi per un
rinnovamento della politica,
un ritorno alla
partecipazione, alle scelte dibattute, per un partito delle intelligenze, del
fare e della libertà".
Insomma, occorre certo un impulso "dall'alto", ma è fondamentale anche una spinta "dal basso".
Come già ho scritto in un precedente mio articolo, Piero Calamandrei, alla Assemblea costituente il 4 marzo 1947 disse: «una democrazia non può essere tale se non sono democratici anche i partiti».
Ebbene, forse è anche lì che
si annida una delle ragioni della degenerazione della nostra democrazia
rappresentativa.
Il modo in cui pensiamo il
partito rispecchia il nostro pensiero sulla società. Ispirarsi al pensiero
liberale non può essere un'etichetta, di cui in questi decenni più d'uno ha
ampiamente abusato.
Ispirarsi ai principi
liberali è anzitutto saper esercitare la democrazia, essere tolleranti verso
chi la pensa diversamente, dare a tutti uguaglianza
di partenza, ricercare la più
ampia partecipazione e auspicare il più ampio coinvolgimento, in un quadro di
regole certe e condivise.
Avere il coraggio di dar vita
ad una forza che - nel contempo - sappia recuperare gli spazi di democrazia dei
partiti di massa unitamente all'introduzione di strumenti della modernità:
questa è la sfida da vincere per un progetto politico che ambisca a sollevarsi
dalla opacità del presente.
Questo è l'unico percorso per
dare un senso a traguardi che sembrano ora lontani anni luce: rimettere al
centro dell'agenda dei partiti temi quali la formazione politica, la
partecipazione vera, processi trasparenti nella selezione della classe
dirigente e la sua legittimazione dal basso.
Una forte discontinuità
certo, ma è proprio qui la forza del progetto: fare della cultura
liberal-riformista un sicuro approdo, ben individuabile, sia
nel contenuto che nel metodo.
Ecco che in questa logica anche la scelta del nome riveste una grande importanza: il progetto dovrà infatti indicare con chiarezza il suo tratto identitario con un riferimento esplicito ai suoi ancoraggi politico-culturali. Non avanzo ovviamente proposte, ma credo che il riferimento all'ambito liberal-riformista dovrà essere esplicito.
Un amico, a cui ho confidato
la mia valutazione sul risultato elettorale di Azione-Italia Viva, mi ha detto
sarcasticamente "chi si accontenta gode". Ebbene, qui non si tratta
di accontentarsi per l'immediato, bensì di pensare al futuro.
Certo, per l'immediato il
risultato poteva essere migliore; per il futuro
è una buona base di partenza,
che andrà gestita con coraggio e lucidità politica.
Chi pensa ad orizzonti futuri
non si accontenta mai!
Capacità di guardare in
grande senza accontentarsi, doti anzitutto richieste ai due esponenti più in
vista del progetto, ma che interpellano tutti coloro
che lo ritengono utile per il
Paese.
E' il tempo di mobilitare
tutte le energie disponibili per il progetto.
Le campagne elettorali costituiscono una preziosa occasione per la costruzione di rapporti con singoli e con rappresentanti di categorie. I dirigenti territoriali di Azione e di Italia Viva, unitamente ai candidati, speriamo che sappiano farne tesoro....
Qualcuno mi ha chiesto in
merito: "sei ottimista o pessimista"? Sinceramente preferisco non
rispondere: troppe sono state le delusioni politiche degli ultimi decenni!
Ma chissà, mi viene in mente un detto arabo che più o meno recita: "non disperare, potresti essere ad un'ora dal miracolo".
Non so come andrà a finire,
ma so per certo che questa è un'occasione preziosa.
Pertanto, a chi può lavorare
per costruire il progetto mi piace, conclusivamente, ricordare un monito di
Aldo Moro:
"Di occasioni mancate si
può anche morire".

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