Un articolo di Alberto Brambilla, pubblicato su "Il Foglio.it" il 13 ottobre 2019
La tecnologia trova modi per dare nuova vita
alla plastica, oltre il #plasticfree
Gli
investimenti sulla pirolisi avanzano senza demagogia
Mentre in
Italia con piglio demagogico, grazie ai servigi del ministro dell’Ambiente
Sergio Costa, si offrono incentivi ai negozianti che vendono liquidi sfusi per
limitare l’uso dei contenitori di plastica, come previsto dal “decreto clima”,
altrove avanza in silenzio la tecnologia per riciclarla in modo perpetuo.
Il
colosso chimico tedesco Basf ha annunciato mercoledì di avere investito 20
milioni nella norvegese Quantafuel, uno specialista per la pirolisi di rifiuti
di plastica misti e la purificazione dell’olio di pirolisi, aprendo una
prospettiva di diffusione su scala industriale del riciclo chimico delle
plastiche che non prevede combustione e quindi inquinamento atmosferico.
La pirolisi
è un processo termochimico di dissociazione molecolare noto dal secolo scorso
per cui è possibile scindere i legami chimici di materie solide come la
plastica ad alte temperature (superiori a 500 gradi) per trasformare le
sostanze presenti nei rifiuti in solidi, liquidi o gas. Il prodotto liquido
della pirolizzazione è l’olio di pirolisi che può essere usato o come
combustibile oppure come materia prima per gli impianti petrolchimici in modo
da creare nuova plastica dal riciclo della plastica originale per prolungarne
così il ciclo di vita potenzialmente all’infinito.
Il motivo per cui l’olio di
pirolisi da plastiche non è ancora diffuso su larga scala è che finora non si
era arrivati a un livello di purezza tale da essere comparabile alla nafta.
Ora è
possibile utilizzare un mix di olio di pirolisi e nafta per la produzione di
materie plastiche in quanto non c’è differenza nel trattamento della materia
prima negli impianti. Le soluzioni più utilizzate in questi anni per ridurre
l’uso della plastica o mitigare la produzione di rifiuti si sono concentrate
sul riciclo meccanico delle plastiche e sulla creazione di materiali
degradabili. Tuttavia le materie plastiche monouso rappresentano ancora la metà
del consumo di plastica mondiale e possono finire solo in discarica, negli
inceneritori o nell’ambiente.
Il problema dei rifiuti plastici dispersi negli
oceani non attiene all’esistenza della plastica in sé, senza la quale lo
sviluppo industriale del Novecento non sarebbe esistito (e senza le flebo o
altri dispositivi medici e chirurgici fatti di plastica molti esseri umani non
sarebbero ancora in vita) ma alla diseducazione della popolazione.
La pirolisi
è un sistema di riciclo che consente di riutilizzare i rifiuti di plastica in
modo più efficace del riciclo meccanico: usa una varietà di tipi di plastica
che i centri di riciclaggio meccanico in genere rifiutano, e inoltre il riciclo
meccanico dà vita nuova a certi tipi di plastiche una sola volta per diventare,
ad esempio, fibre per l’industria tessile. La pirolisi ricrea plastica vergine
utilizzando il calore in assenza di ossigeno, l’unica anidride carbonica che
emette proviene dalla fonte di energia che genera il calore, come avviene per
la produzione elettrica.
Secondo uno
studio di Boston Consulting, a seconda del mix di input, l’output della
pirolisi è dal 70-80 per cento di nafta e dal 10-15 di gas, che di solito viene
riciclato per fornire il calore della pirolisi nei processi successivi. Il
restante 10-15 per cento della produzione è un solido inerte che può essere
riciclato per pavimentare le strade o inviato in discarica, oppure come
combustibile.
Per via del costo dell’energia necessario a produrlo il costo
dell’olio di pirolisi è maggiore rispetto alla nafta vergine.
La tedesca Basf è
la più avanzata nella sperimentazione su scala mondiale e si unisce a diversi
partner che producono olio di pirolisi (oltre alla norvegese Quantafuel
collabora la tedesca Remondis) dai quali poi si rifornisce per produrre materie
plastiche (sta lanciando i primi prodotti come il cruscotto del suv elettrico
di Jaguar Land Rover e gli imballaggi della tedesca Storopack).
Ma se la
tecnologia è avanzata il problema per il suo sviluppo è solo burocratico.
I
regolatori nazionali in Europa ancora non danno alla plastica prodotta in parte
con olio di pirolisi la patente di prodotto riciclato perché il riciclo chimico
non è considerato “riciclo” a differenza di quello meccanico, lasciando sullo
sfondo del dibattito sull’inquinamento dei mari una soluzione innovativa.

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